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Figli di nessuno

 “Una storia che racconta di vittorie, sconfitte, repressioni, defezioni, annientamenti, esodi, resistenze” riassume in quarta di copertina Sergio Bianchi nel suo “Figli di Nessuno – Storia di un movimento autonomo” e probabilmente sintesi migliore non mi veniva affatto.
La storia che Sergio racconta sono in realtà pezzi di storie che vanno a comporne una più grande, enorme, che attraversò gli anni 70 italiani. È la storia del suo vissuto che va a sovrapporsi a quella dell’Autonomia Operaia,  attraversata e letta dal suo punto di vista, è una storia che parte dalla provincia metropolitana lombarda dove agli inizi degli anni 70 riesce a esprimere e a costruire un percorso rivoluzionario e di lotta che contagiò e crebbe grazie a una massa giovanile che vi aderì con entusiasmo. Uno scontro generazionale che nasceva nelle fabbriche tra gli operai anziani e gli operai giovani, spesso i propri figli, che spaccò in 2 una società dove si delineavano sogni, desideri, bisogni differenti. Dall’operaio massa all’operaio sociale, la fabbrica diffusa, i collettivi autonomi, le prime occupazioni, è la storia di una rivolta impetuosa che tracimò dalle metropoli alle provincie, in un contagio che incendiò la società italiana.

«Noi eravamo proprio nati come autonomi subito, non avevamo dietro una filiazione, non eravamo figli di alcuna tradizione e di alcuna esperienza precedente»

Sergio Bianchi prova a raccontare questi figli di nessuno, questa generazione autonoma che si ribellò alla fabbrica, al lavoro, alla famiglia, che mise in discussione ogni angolo della propria esistenza, un modo di essere sovversivo per se e per gli altri. Rivoluzionario, appunto.

Funziona a mio avviso quest’operazione, nonostante la frammentarietà del racconto misto alle lettere dal carcere o da Toni Negri che racconta l’esperienza di Rosso. Del resto Bianchi (con Derive e Approdi) dedicò alla storia di Autonomia Operaia 3 volumi enormi. Ne abbiamo bisogno di storie del genere. Abbiamo bisogno di confrontarci con chi provò a rigirare completamente se stessi e la società in cui si vive. Ce n’è bisogno, non per mitizzare un movimento fatto di migliaia di uomini e donne, che aveva una complessità enorme, ma perché abbiamo bisogno di storie, di esperienze, di nutrirci di vittorie e fallimenti degli altri per provarne a coltivare di nostri. Sconfitte incluse sì.  Terminato di leggere “Figli di Nessuno – Storia di un movimento autonomo” sono rimasto a pensare a cosa in particolare mi avesse colpito viste le sensazioni che mi aveva lasciato. Del resto ne ho letto di libri a riguardo di quella enorme storia, di buone cose ne sono uscite diverse se non parecchie. E alla fine c’è un passaggio che più di altro mi ha colpito: quello sull’eroina.

“Quello era un momento di particolare tensione e di crisi, stavano crollando tutte le aspettative che avevamo coltivato per anni, in quel momento tutti capirono che la “festa” era finita. Lottare non era più gioioso, lo Stato ti incarcerava, ti sparava, puntava all’annientamento di ogni espressione politica antagonista, organizzata o spontanea. Abbandonati i luoghi di frequentazione del movimento la componente “desiderante” si “sciolse” nell’eroina. […] Se si lottava per volere tutto e subito, se si lottava per la felicità, allora perché ci ritrovavamo sempre a scontrarci con mille contraddizioni personali che ci facevano star male? – Se si vuole la felicità subito questa la dà l’eroina, perché l’eroina è buona e in eroina non esistono rapporti di potere tra le persone”.

Un passaggio drammatico come drammatica fu per tutta una generazione la diffusione dell’eroina. Ricordo perfettamente il mio quartiere, periferia nord-est, territorio di lotte, di compagni, di scontri con i fascisti dei quartieri vicini. Ricordo un’intera generazione falcidiata negli anni successivi da overdose, aids e carcere. Un consumo diffuso e visibile a chiunque così come ora a essere diffuse sono sostanze, cocaina in primis, dagli effetti meno nocivi ma non meno socialmente devastanti. E che anche oggi ci mancano completamente gli strumenti per affontare un tema così importante e così presente nei nostri vissuti, ma forse più che gli strumenti ci manca il coraggio.

 

[ps il 19 febbraio a Piuma di Mare verrà presentato insieme all’autore]

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