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Red or Dead

 Io dovrei odiare il Liverpool Football Club. Io dovrei odiare tutto ciò che riguarda il Liverpool Football Club. Io dovrei odiare chi ci scippò la Coppa dei Campioni in quella infame notte del 30 maggio. Io però non odio il Liverpool Football Club. Io stimo il Liverpool Football Club. Io amo la storia del Liverpool Football Club. E Bill Shankly è stato ed è il Liverpool Football Club. Senza Bill non ci sarebbe questo Liverpool Football Club.

Scimmiotto la scrittura di Red or Dead di David Peace per approcciarmi alla recensione di questo romanzo, ne aspettavo da un paio d’anni l’uscita in italiano, perché l’autore, che amo molto, è un uomo che fa della scrittura una forma e un esercizio molto particolare. E in Red or Dead esaspera il più possibile il suo stile. La storia ruota tutta intorno a Bill Shankly, l’uomo che fece del LFC una grande squadra, una delle migliori d’Europa, un uomo che ha vissuto di calcio e per il calcio. Un uomo che ha amato ed è stato amato da una città intera, da una tifoseria, da una nazione.

Ma Red or Dead non è un romanzo facile: 650 pagine, di cui i 2/3 di ripetizioni ossessive e continue di: partite, risultati, formazioni, nomi, situazioni, pensieri, sogni, aspirazioni. Peace sceglie una scrittura ossessiva per raccontarci un uomo ossessivo e ossessionato dal calcio. Una scrittura a tratti faticosa, incomprensibile, ma che ci da il senso di un uomo e della sua storia. Un uomo che viveva per il calcio ma soprattutto per la gente che seguiva il calcio. Per i tifosi. Lo ripeteva continuamente a chiunque “non giocate per me o per voi stessi, voi giocate per il Liverpool, per i tifosi del Liverpool, per la Kop”. La Kop, la curva probabilmente più importante e famosa del mondo, da molto prima che si creassero i primi gruppi organizzati o ultras. Una curva talmente importante che uno dei suoi cori finì in un disco dei Pink Floyd (in Fearless più esattamente).

Mi ero segnato mille passaggi da trascrivere. Ma c’è davvero troppa roba da trascrivere e difficile è sceglierne qualcuno. Mi ero segnato i passaggi in cui Bill parlava del suo calcio socialista, dove tutti giocavano per tutti i compagni e tutti assieme giocavano per il LFC e per i suoi tifosi. I passaggi in cui Bill voleva essere ricordato come un uomo onesto. O quando rispondeva personalmente a ognuna delle centinaia di lettere che arrivavano al club o a casa. Quella stessa casa dove accoglieva qualsiasi tifosi del LFC e che personalmente ringraziava per il sostegno che riceveva. Un uomo umile, che si innamorò di Anfield e di Liverpool, perché erano come una città scozzese e Bill era scozzese. E Bill soprattutto amava le bandiere rosse del LFC. E Bill amava quella città operaia e decadente. Perché lui era socialista. E lo ripeteva ai suoi calciatori, ai suoi tifosi, alle radio e alla stampa tutta.

“E di nuovo uno degli uomini disse, Ma tu lo sai che sei un genio, vero? Lo sai che se un genio, Bill? E allora Bill scosse la testa. E Bill mise la mano sulla spalla di quell’uomo. E Bill Shankly disse, Grazie, figliolo, grazie. Ma non sono un genio. Ho cercato solo di essere un uomo onesto. E di rendervi orgogliosi. E di farvi felici.”

Una storia bella, emozionante, particolare. Neanche Soriano avrebbe avuto l’immaginazione per sognarne una così. La storia che ogni tifoso di calcio vorrebbe. Ma non è un libro sul calcio. E’ un libro su un uomo che ha vissuto di calcio. Dalla polvere alle stelle. Dalle stelle fino al suo ritiro. E lì inizia la terza parte del racconto, quella conclusiva, probabilmente la migliore. Perché Bill non sa stare senza il calcio. Perché Bill non sa stare senza la gente, senza poter far qualcosa per aiutare gli altri. E lo ripeteva a se stesso. Lo ripeteva a chiunque incontrasse.

Fortunato Shankly ad aver avuto un autore come Peace a raccontarne la storia. Fortunato perché Peace è un autore particolare. Un fine narratore contemporaneo, figlio di quello Yorshire proletario raccontato magistralmente nel Red Riding Quartet. Un autore scrupoloso e meticoloso, che attraverso la scrittura stessa più della storia che narra, veicola sensazioni ed emozioni. Che non regala niente al lettore, non lo circuisce, non cerca di affascinarlo con manicheismi. Se parla del fango di un campo di calcio, ti fa sentire quel fango del campo di calcio addosso.

Probabile non sia il suo libro migliore. Anzi non lo è. Meno facile de Il Maledetto United per rimanere in tema calcio. Non gioca con più piani narrativi temporanei. Non usa capitoli brevi ma usa la solita scrittura serrata in modo diverso. Sì questo libro è un mattone, un mattone rosso, dello stesso rosso delle case di Liverpool. Dello stesso rosso delle bandiere del Liverpool. Dello stesso rosso dell’Anfield.

“E Anfield non è in Inghilterra. Anfield è a Liverpool. E Liverpool non è in Inghilterra. Liverpool è in un altro paese, John. In un altro paese, in un altro campionato.”

 

PS

Segnalo recensione di Giuseppe Genna quì e le altre recensioni su David Peace in questo blog le trovate invece quì.

Posted in narrativa, sport.

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