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Lotta di Classe, Ascanio Celestini

Se a darti il libro di Ascanio Celestini dal titolo “Lotta di Classe” è il tuo datore di lavoro, devo pensare e considerare il tutto come una istigazione a delinquere?!
Nel dubbio, essendo un “tifoso di Ascagno” me lo sono letto in poche e faticosi ritagli di tempo, tra il fresco notturno della mia camera e qualche pausa a lavoro.
Lotta di Classe è un romanzo molto carino, molto romano, molto Celestini.
E’ la storia di 4 personaggi, residenti nello stesso palazzo, nella classica periferia ovest romana, quella che l’autore conosce bene, tra i palazzoni di Cinecittà, il capolinea della metro ad Anagnina, gli studi cinematografici e il famigerato call center all’interno del centro commerciale.
A metà tra il romanzo e il monologo, le storie dei personaggi si intrecciano, dando vita a un racconto collettivo di vita comune, tra precarietà, solidutini, aspirazioni e frustrazioni, cattiverie e generosità. E’ la storia di qualsiasi precario, sempre in ritardo e sempre in affanno, dove si guadagna fino a 2’40” a telefonata ma i secondi successivi non valgono nulla.

E mi viene da ridere mentre una guardia prova a fermarmi, perché attraverso anche lei con la sua divisa.
Lei che si girerà dicendo: – Brigadiere, che facciamo? Questa è stregoneria!
E io le risponderò: – No, questa è lotta di classe.”

E’ un romanzo di storie metropolitane, di storie nella storia, di un’esistenza sospesa a mezz’aria come quella di Marinella, pisciando in corsa come i ciclisti al giro d’Italia. E’ un romanzo che prosegue un suo vecchio monologo: appunti per un film sulla lotta di classe, che come l’autore preme a sostenere, esiste ancora. Esiste nella brutalità dei circuiti produttivi e nel lavoro precario, nei deserti metropolitani, nei nuovi schiavi che ora si chiamano “clandestini”.

Ci sono zii paralizzati, nonni ciechi, fratelli deficenti e sessuofobi, vicini impertinenti, padri assicuratori e padri dispersi in Cina. Tutti gli elementi che caratterizzano i racconti di Celestini si materializzano in questo romanzo, breve, intenso, fitto come il Celestini narrante, sospeso anche lui a mezz’aria tra il racconto dei protagonisti e le sue riflessioni. E’ il romanzo che va a continuare un percorso cominciato con Fabbrica e continuato con Parole Sante, che mantiene Ascanio tra i pochi autori valido di teatro sociale, se ha ancora senso etichettarlo in questa maniera, vista la mia ritrosia alle etichette stesse.

Quando manca un giorno alla scadenza del contratto il ticchettio è diventato spaventoso. Per non sentirlo devo tapparmi le orecchie. Quando mancano poche ore penso allo zingaro che canta “Marina” mentre l’accompagno alle docce di Auschwitz. Ma pochi minuti prima del botto arriva il padrone, si riprende la bomba, la disinnesca, mi rinnova il contratto, mi dà una pacca sulla spalla e mi mette un’altra cosa in tasca.
Io mi tranquillizzo e torno a essere ottimista.
Poi per curiosità gli chiedo “ora che mi hai tolto la bomba, cosa c’hai messo in tasca?” E il padrone mi dice “stai tranquillo…. è un’altra bomba! Ma è a orologeria pure questa. Scoppierà tra tre mesi”.

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