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A viso coperto

 Ho già iniziato e cancellato diverse volte l’attacco a una recensione che non vorrei si trasformasse in un trattato di sociologia spicciola su stadio, forze dell’ordine e cultura ultras. Perché il libro in questione “A viso coperto” scritto da Riccardo Gazzaniga, chiamato lo “scrittore poliziotto”, ex celerino, dirigente della PS genovese e sindacalista SILP, si presterebbe a tutto questo. Anzi meriterebbe una risposta del genere.
Facciamo una premessa: Gazzaniga ed io staremo sempre dalle parti opposte delle “barricate”. Ed è giusto così. La sottocultura ultras che ho attraversato, frequentando stadi, assistendo a situazione di tensione, scontri, cariche etc. etc. è un mondo che conosco molto bene. È giusto dirlo, perché non voglio bluffare e fare il super partes perché non lo sono affatto. La mia parte è chiara e definita.
“A viso coperto” non mi è piaciuto. Ovvio penserete voi. Ma non ne faccio una questione politica: l’impianto del romanzo è come me lo aspettavo, anzi pensavo pure peggio. Del resto non mi aspettavo nulla di diverso da un poliziotto, che probabilmente si sente e pensa come una persona di sinistra, che crede nel lavoro che fa. E che per questo imbastisce una storia, fatta di ultras da una parte, agenti della celere dall’altra, in quella che agli occhi di molti è la perenne guerra che si combatte negli stadi. Falso tra l’altro.

«Ho scelto un’impostazione corale, senza un unico protagonista, ma con molti attori principali per offrire la massima varietà di punti di vista e situazioni – spiega l’autore – Il nodo fondamentale del racconto è il rapporto dei personaggi con due elementi centrali: la violenza e la fede ai propri principi. Tutti i protagonisti affrontano la violenza che fa parte delle loro vite per scelta o per lavoro. Tutti quanti ne verranno segnati in modo indelebile e dovranno decidere se restare fedeli ai propri valori e a quale prezzo. Qualcuno tradirà il suo ruolo, i compagni o i colleghi, qualcuno resterà coerente sino in fondo con la propria visione della vita».

In questa intervista Gazzaniga riassume quello che era il suo intento. Ovviamente nel romanzo c’è molto altro: il tentativo di far recuperare credito ai reparti celere, il mostrare che dietro quelle divise ci sono uomini con la loro complessa quotidianità, i mutui da pagare, etc. etc. Tutti argomenti che sicuramente apprezzeranno i soliti che amano usare la retorica pasoliniana su Valle Giulia. C’è l’immancabile amante di sinistra del celerino, che dopo aver conosciuto l’uomo dietro la divisa, cambia opinione. Ci sono i passaggi sul G8 di Genova, Bolzaneto e la Diaz, con uno dei protagonisti che afferma: “sono stati quelli di Roma a fare il massacro della Diaz e ci siamo andati di mezzo tutti”. Mah. C’è il tentativo di mostrare come in realtà i reparti celere siano solo vittima degli altri reparti di PS, perché è a loro che viene affidato tutto il lavoro sporco: stadio e manifestazioni.

È proprio il discorso che mi aspettavo dal PS di sinistra, quello di attribuire alle “mele marce” da una parte e dall’altra, la responsabilità di uno scontro così violento e cruento. Peccato che ne esca fuori una generalizzazione superficiale e per nulla corrispondente alla realtà, visto che il problema principale riguarda proprio: addestramento, cultura, controllo e gestione dell’ordine pubblico in Italia.
Nulla è casuale e le mele marce esistono perché le radici dell’albero sono putride.
Quello che invece non mi aspettavo è che questo libro fosse scritto così male. La mia critica va proprio in questo senso:
500 pagine sono troppe. Alcuni passaggi sono davvero imbarazzanti. La struttura narrativa che calca quella del romanzo serrato, con capitoli brevi, con una storia che non vede un protagonista ma diversi protagonisti, una molteplicità di punti di vista che dovrebbe dare l’insieme e il senso di una complessità che realmente esiste ma non viene spiegata bene. Gazzaniga ricostruisce un mondo che per alcune dinamiche o rapporti è piuttosto verosimile ma tutto quello che ne scaturisce, tutto quello che i protagonisti pensano o dicono, non è altro che la proiezione di come lui immagina, o spera, essi siano. E questo rende tutta la storia un po’ grottesca.
Non crea nessuna empatia tra i lettori e i personaggi. Non ci si immedesima mai né con gli ultras/poliziotti cattivi né con gli ultras/poliziotti buoni soprattutto perché equiparare comportamenti e ruoli è di per se sbagliato. Infine un giudizio definitivo: se è scritto così male, perché ha vinto il premio Calvino? Oppure p solo una sensazione mia? Qui non ne faccio una questione personale come del resto ho cercato di non farla per tutta la recensione. E’ proprio un dato, dal mio punto di vista, oggettivo. Lo sostengo anche di romanzi che ho amato che sono scritti male, quindi…

“Ale è accanto a Lollo, mentre vanno verso gli sbirri. Ormai è chiaro che lo scontro sarà lì, con il contingente del Corso.
Si chiede cosa pensino quei poliziotti. […] Una parte lontana del suo cervello prova a dirgli che fra quei caschi a cui hanno intenzione di fare davvero male – almeno per una volta, una volta ma sul serio – ci sono persone tranquille. Brave persone. Mica sono tutti matti esaltati, come pensano gli ultra che non sanno un cazzo di polizia. Certo, ci sono gli sbirri che si eccitano negli scontri, ma altri che vogliono solo accumulare ore di straordinario, altri ancora che allo stadio ci vengono malvolentieri e vorrebbero essere in un milione di altri posti piuttosto che lì.”

Io vorrei rassicurare Gazzaniga: nessuno tra coloro che si accinge ad assaltare un manipolo di poliziotti ha pensieri del genere. Non entro nel merito della questione, il tutto è evidente. Il romanzo è pieno di passaggi simili e tutti risultano piuttosto fastidiosi.
La realtà è un’altra, tra le nuove generazioni, ideologizzate o no, c’è un collante forte e trasversale che le tiene unite: l’odio verso le guardie. È inutile girarci incontro. Un odio che si è alimentato attraverso Genova, le morti alla Aldrovandi o Sandri, le cariche a freddo in piazza o allo stadio, il tutto unito ai soprusi a cui siamo stati troppo spesso abituati. Quello esiste, quello è.
Quindi va bene anche la fiction. Va bene pure che in libreria è uscita roba ben peggiore. Va bene tutto, basta non farsi sopraffare dalla realtà dei fatti e delle cose. Quindi seguitate a citare Pasolini, intanto la “generazione acab” continua a crescere, da destra a sinistra. In periferia come al centro.

Posted in narrativa.

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3 Responses

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  1. 86 says

    Sembra scritto da un genoano Altro Che poliziotto.attenti al lupo auuu

  2. Spezzino says

    Ho letto solo un estratto del libro (che potete trovare sul sito internet Einaudi)che parla di fantomatici scontri tra genoani e spezzini con massacri vari in un sestrese-spezia di serie D… ero presente a quella partita (forse 400 spettatori in tutto di cui 150 spezzini)… ebbene, l’unica cosa che è successa è stato un lancio di un sasso verso un nostro pulmann da parte di UN SOLO RAGAZZINO sestrese…. tutto qui… se questa è la premessa del libro andiamo bene, mai lette tante scemenze tutte insieme….

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  1. ‘A Viso Coperto’: Celerino Buono, Celerino Cattivo | La Privata Repubblica linked to this post on Aprile 22, 2013

    […] pessimo di scrittura non solo rende totalmente piatti e macchiettistici i personaggi (come ha scritto il tweep Zeropregi, non c’è nessuna empatia tra lettore e personaggio: «non ci si immedesima […]



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