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22/11/63

 Strano recensire un libro a cui ho dedicato una trasmissione di Tabula Rasa mesi prima di riuscire a leggerlo. Strano pure riprendere in mano un libro di un autore che ho letto molto fino ai primi anni 90, quando poi la sua produzione letteraria è andata via via decadendo. Ci sta. Parliamo di un grande romanziere, che sa scrivere benissimo e che ha scritto tantissimo. Dunque ci può stare un calo, una stanchezza, fino a quello che è stato giudicato il suo ritorno: 22/11/63 e parlo ovviamente di Stephen King.

Lo spunto direi che sia un classico della fantascienza: Cosa sarebbe successo se…
Un filone saccheggiato che però ha sempre il suo perché. Lascia spazio all’immaginazione dei mondi possibili sfruttando un escamotage piuttosto semplice. La Marvel con il suo “what if” c’ha campato parecchio. In questo caso il “cosa sarebbe successo” è “se Lee Oswald fosse stato fermato prima di aver ucciso JFK.”

«Se mai hai voluto cambiare il mondo, Jake, questa è la tua occasione. Salva Kennedy. Salva suo fratello. Salva Martin Luther King. Ferma le rivolte razziali. E forse fermerai anche la guerra in Vietnam. Non importa quante volte scendi nella “buca del coniglio”: sbucherai sempre nel piazzale di una fabbrica tessile di Lisbon Falls, Maine, ore 11:58 del 9 settembre 1958. E non importa se resti in quel passato per giorni, mesi o anni: al tuo ritorno, saranno sempre trascorsi due minuti.

La “buca del coniglio” è nella dispensa della tavola calda di Al Templeton. Puoi usarla per farti un giro… o per salvare il mondo. Potresti scongiurare una guerra civile, nientemeno: quella strisciante che dilaniò gli USA dopo l’uccisione di John F. Kennedy a Dallas, 22 novembre 1963. Escalation in Vietnam, omicidi politici, rivolte urbane, brutalità poliziesca, scandalo Watergate… Puoi impedire tutto questo, fermare la reazione a catena, se sei disposto a donare cinque anni di vita. E a lottare ogni giorno contro il passato. Perché è inflessibile: non vuole essere cambiato. Accetterai la missione?»

Saltando a piedi pari ogni teoria complottista riguardo l’omicidio di JFK, King tira fuori un libro lungo, lunghissimo. Scritto come al solito con uno stile fluido e intenso, caratteristica dell’autore, e ne esce fuori un romanzo piuttosto politico. L’America di ieri raccontata come se fosse l’America di oggi, il Texas di ieri non è diverso dal Texas del Tea Party di oggi. Non si stava meglio quando si stava peggio? E Attraverso Jake/George, insegnate che torna indietro nel tempo per fermare Lee Oswald, dipinge un affresco dei favolosi “anni 50” tutto sommato non così favolosi.

Ma si può cambiare davvero la storia? E’ possibile cambiare il corso degli eventi? Ma soprattutto ci può riuscire un uomo solo?
Non posso sicuramente svelarvi o anticiparvi nulla di questo romanzo, posso solo parlarne per larghe linee. Sì, è un romanzo politico e King non lo nasconde. Monta e rismonta il mito americano, mostra le due facce della stessa medaglia e fa in modo che sia la Storia stessa a difendersi dai tentativi di cambiamento. Eh sì, perché non sarà poi così facile per Jake/George portare avanti il suo progetto. Le stringhe dei futuri possibili si incastrano e si aggrovigliano provocando reazioni a catena.

Ammetto che in alcuni momenti ho faticato nella lettura. Non che il libro fosse eccessivamente noioso. Un po’ lento quello sì ma non è un difetto. Magari alcuni passaggi andavano asciugati. Forse è la storia meno orrorifica e meno sorprendente della produzione di Stephen King però è un romanzo vero, corposo e avvincente. Forse hanno ragione i suoi fans a dire “The King is back”. E’ vero, è tornato. Nella mia vita quantomeno è tornato, vent’anni dopo.

PS A novembre ne parlai con Wu Ming, che ne ha curato la traduzione, e Giuliano Santoro, durante Tabula Rasa, loro sicuramente vi daranno più spunti di questa mia recensione. Ascoltateli quì.

Posted in narrativa.

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