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Un uomo da niente

 Dopo qualche delusione finalmente torno a leggere un romanzo di spessore. Avevo già sentito parlare di Jim Thompson, mi ero ripromesso di leggere qualcosa e ho approfittato dell’uscita di Un uomo da niente per la Einaudi. Non potevo fare scelta migliore.

Riconciliarsi con le lettura è un esercizio che fa bene al corpo e alla mente. Riconciliarsi con un genere che amo, ma che mi pare ormai troppo inflazionato, lo è ancor di più.
Jim Thompson viene presentato come uno dei maestri del noir. Nato nel secolo scorso, morto nel 1977 poverissimo, Thompson è l’esempio contrario del sogno americano. Una carriera da grande autore, collaborazioni con il cinema (spicca quella col primo Kubrick), una bibliografia saccheggiata da Hollywood (Getaway su tutti), è senza dubbio uno dei punti di riferimento del genere, tanto da spingere Stephen King ad affermare che:
«A rendere i libri di Thompson letteratura è la sua capacità di esaminare, senza esitazioni e nella semioscurità, la mente alienata di quegli uomini che vivono come cellule malate nella società americana».

Il protagonista di Un uomo da niente è uno di loro: Clinton Brownie, giornalista di un piccolo giornale di provincia, costretto a convivere con la propria castrazione a causa di una mina anti-uomo esplosa in guerra, è un uomo distruttivo. Talmente distruttivo che ogni sua mossa «è studiata per esigere compenso dal mondo per l’inferno nel quale vive e cerca di distruggere lentamente tutto quello che lo circonda»

Jim non può amare completamente. Separato dalla moglie prosegue la sua vita di reporter nella maniera più abitudinaria possibile. Niente deve compromettere lo status quo che gli permette di continuare a tiranneggiare tra i suoi affetti, compreso il suo caporedattore Dave, responsabile in guerra nell’operazione che lo portò all’incidente che gli ha segnato la vita. L’incidente, di cui nessuno – esclusi Dave e la sua ex moglie – sa, è la causa dell’odio che nutre verso il prossimo. Verso chiunque gli stia vicino. Intollerante, collerico, sferzante, Jim è anche un alcolista. Beve praticamente tutto il giorno. Questa sua immagine privata stride con quella pubblica, perché Jim rimane un giornalista molto rispettato dai suoi colleghi, abbastanza affascinante e capace di far innamorare le donne che incontra.
L’evento che rischia di rompere la routine di normalità e rispettabilità che Jim ha costruito intorno a sé è il ritorno in città della sua ex moglie.

Il romanzo è scritto in prima persona, con l’io narrante di Clinton che racconta di come è arrivato a meditare il proprio suicidio e quali fatti sconvolgenti, accaduti nelle settimane precedenti, lo abbiano condotto a questa decisione.
Le devianze psicotiche, il dolore, le paranoie crescenti che gli impediscono una vita sessuale e lo costringono a rinunciare ai rapporti affettivi sono l’elemento conduttore della follia del giornalista. Una follia a tratti lucida, logorroica, sempre in bilico tra mitezza e violenza, sottile confine nell’animo di Cinton.
Non volendo dare altri cenni sulla trama, mi preme sottolineare la splendida scrittura di questo romanzo, la cui prima pubblicazione risale al 1952, che riesce a creare le atmosfere del noir perfetto, marcando una grossa differenza con la maggior parte degli autori attualmente in circolazione.
Il thriller psicologico imperversa anche nelle serie Tv, tra i soliti archetipi e stereotipi, che rischiano di stritolare un genere che tutt’ora è l’unico che può efficacemente raccontare alcuni spaccati della società, come ha fatto Thompson con l’America degli anni 50.
Un romanzo da leggere. Un autore che cercherò di recuperare, perché vorrei davvero leggerlo tutto.

Posted in noir - gialli.

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