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La bella di Buenos Aires

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Glielo dovevo.
Perché alla fine tutto questo è colpa sua: se spendo parti significative del mio stipendio in libri piuttosto che in droga o altre cose meno nobili, se dormo 5 ore in media a notte, se alla fine sono finito qui sopra.
Tolti i romanzi che ti facevano leggere alle scuole medie e dintorni (i grandi classici, da “un sacchetto di biglie” a “il signore delle mosche”), il mio primo approccio con la letteratura “adulta” è stato Manuel Vasquez Montalban.
Senza un motivo preciso, ma in una delle prime estati adolescenziali mi sono divorato “gli uccelli di Bangkok” e “Tatuaggio”.
Da lì un lento declino fisico e morale: più tempo dedicato alla lettura e meno allo sport (alle ragazze manco a parlarne), con conseguente aumento dei kg di adipe attorno al mio girovita e frantumazione del sogno di finire a giocare una finale dei mondiali di calcio (non che ce ne fosse mai stata la minima possibilità, ma mi piace darmi un tono).
Quando ho visto sullo scaffale questo “La bella di Buenos Aires” mi sono sentito appunto in dovere di comprarlo, omaggio a uno degli autori ai quali sono più affezionato, ideale continuità con tutti i feltrinelli economici dello stesso autore consumati di nascosto durante le lezioni.
Feltrinelli omaggia gli aficionados di Vasquez Montalban e del suo personaggio “principe” Pepe Carvalho (nel quale si possono trovare alcuni tratti autobiografici dell’autore stesso, in primis la prigionia per antifranchismo e sicuramente un’attenzione alla politica parecchio cinica e disincantata) con l’edizione di questo libro, inedita in Italia.
Si tratta di un feuilleton, un romanzo a puntate uscito su El Pais nel 1997 e che può essere descritto meglio solo risalendo al titolo originale, ovvero “La muchacha que pudo set Emmanuelle”: Pepe Carvalho viene chiamato da un’antropologa ad investigare sulla scomparsa di Helga, una starlette argentina dei tempi che furono, che era stata in procinto di recitare nella versione argentina del famoso film erotico con Sylvia Kristel.
Le tracce di Helga partono da lontano, dall’Argentina dei colonnelli e delle torture, dei profughi politici in Spagna e dei torturatori che, una volta “democratizzato” il Paese sudamericano, si sono trasferiti nella penisola iberica.
Tracce confuse, sempre più rarefatte dal suo arrivo a Barcellona e perse in un lento declino verso la prostituzione e la marginalità.
A fianco di Carvalho, investigatore gourmet, c’è il fido Biscuiter che è diventato addirittura socio dell’agenzia, ma non c’è Charo, fidanzata-prostituta, che fa la receptionist ad Andorra e l’antagonista in divisa di Pepe non è il solito Contreras, vecchio cagnaccio franchista ma l’ispettore Lifante, poliziotto semiologo (il rapporto fra Pepe e la polizia resta costante, di nessuna fiducia, riducibile alla continuità fra la polizia franchista e quella democratica).
Anche la città è cambiata, è ormai la Barcellona moderna del design, un po’ yuppie, e non più la città dolcemente degradata del Barrio Chino, invasa dagli odori forti del cibo cucinato in strada e abitata da gitani, truffatori e perditempo: questa Barcellona romantica è stata rasa al suolo dalle Olimpiadi e dalla globalizzazione e nella scrittura di V.Montalban questa vena malinconica resta sempre come costante.
Se il contesto è mutato (dal tempo e dalla gentrification), Carvalho, investigatore di sicuro non ortodosso, si muove come d’abitudine nel sottobosco, investiga la Memoria a ritmo di tango, va ad insinuarsi nei non detti di una vicenda – quella argentina – dolorosa e ancora sanguinante.
E’ coraggio civile quello di Vasquez Montalban, è denuncia sociale e politica su un tema sul quale l’autore ritornerà anche in altri romanzi, purtroppo l’essere stato pubblicato a puntate sfilaccia un po’ lo stile narrativo che, alla fine di ogni capitolo, è segnato da mini-incipit che fungono da “conclusione” dell’episodio pubblicato.
Resta la scrittura (tradotta ottimamente da Hado Lyria) ironica ma amara di un autore amatissimo, morto d’infarto nel 2003 e ancora letto e apprezzato, per tenere “su di tono” un romanzo che se non è fra i “fondamentali” resta piacevole e scorrevole, ammantato da quella sottile malinconia che solo il rimpianto del passato e le note di un tango argentino possono rendere.

“Chi è l’assassino? La Storia, la guerra sporca. Il passato. Il passato è il luogo dove si trovano le cause, vale a dire, i colpevoli. Vogliono un mondo senza colpevoli e quando questo diventa impossibile, quando il passato risuscita la colpa, i colpevoli uccidono di nuovo, ridiventano quello che erano sempre stati. Assassini”.

PS: nel 1999 è uscita una serie TV – per fortuna mai trasmessa o comunque distribuita male in Italia – con fra i protagonisti Valeria Marini. Ho detto tutto.

Posted in noir - gialli.

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