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L’Isola dei Naufraghi

Pubblicato inizialmente a puntate su una rivista di qualche anno fa, L’Isola dei Naufraghi, l’ultimo romanzo di una scrittrice che ho imparato ad amare, Natuso Kirino, è uscito in questi giorni e non ho potuto che prenderlo subito e leggerlo tra venerdi notte e stanotte. Una lettura serrata per un romanzo coinvolgente sin dalle prime pagine, nonostante il fatto che lo spunto, quello dei naufraghi su un isola, è un clichè che ha già dato vita ad alcuni capolavori.

Non è l’isola di Lost, neanche quella del dottor Moreau, forse più simile a quella de Il Signore delle Mosche visto che pare sia d’obbligo trovare una similitudine letteraria, soprattutto visto che viene venduto come un romanzo simile alla serie-tv americana che io tralatro non ho mai visto così come l’autrice stessa:

«Non ho mai visto Lost, ne ho solo sentito parlare. Ma il mio libro uscì a puntate su una rivista di Tokyo fra il 2004 e il 2008. Quindi prima del grande successo della serie televisiva».

Eppure lo spunto per scrivere questo romanzo, la Kirino non lo trova dalla letteratura o dalle fiction televisive, bensì da un fatto di storia realmente accaduto.

«Nel 1945, verso la fine della guerra, trenta soldati giapponesi naufragarono sull’isola di Anatahan, dove oltre agli indigeni viveva solo una giovane coppia. L’uomo morì presto in circostanze misteriose, e lei, una ragazza di 25 anni, rimase l’unica femmina sull’isola, diventando l’oggetto del desiderio e di contesa di quel gruppo di uomini. Tanto più che, dopo la morte del marito, la donna si risposò con uno dei soldati, suscitando invidie e rivalità, tanto da rischiare di essere eliminata in nome della sopravvivenza della comunità dei naufraghi. Ecco: il mio romanzo racconta di un uomo e una donna, marito e moglie, reclusi da tempo su un’isola deserta al largo di Taiwan dove approdano due gruppi di naufraghi: prima 24 maschi giapponesi, poi undici cinesi. Mi interessava capire cosa si sarebbe scatenato in una situazione estrema come quella».

Ancora una volta le donne, anzi in questo caso una donna, è la protagonista di questa autrice. Una donna in mezzo a una comunità di genere chiusa, una donna costretta alla sopravvivenza e consapevole che rischia seriamente di essere espulsa proprio per la sua non omogeneità. La società giapponese viene nuovamente esplorata e fatta realmente a pezzi dall’autrice, mostrandoci l’incapacità di adattamento dei giovani maschi, la chiusura verso la diversità, la discriminazione nei confronti della donna alternata al desiderio e alla possessione fino al confronto con i loro “vicini” cinesi da cui si dividono, ognuno formando una comunità omogenea per cultura. L’invidia per la facilità di adattamento, per la capacità di saper cacciare, pescare e cucinare dei cinesi, provocherà sentimenti di invidia e odio verso i vicini e diversi, per terminare in una contrapposizione violenta.

I tokyesi, pur coltivando una nostalgia per il modo civile, sembrano vivere alla giornata, incapaci di riorganizzarsi in maniera efficace. Per contro gli hongkong sfoderano un incredibile spirito di adattamento. Tuttavia quel che più mi stava a cuore era l’idea dell’elemento estraneo che turba l’esistenza di una comunità compatta e chiusa in sé stessa come può essere quella giapponese. La presenza di una sola donna in un’isola di tutti uomini ha una valenza analoga, è anch’essa un corpo estraneo, un fattore che porta destabilizzazione e tensione.

Kiyoko, la protagonista femminile, è ben diversa dalle altre “femme fatale” (o presunte tali) dei romanzi della Kirino. E’ una donna forte, che si riscatta attraverso il rimanere incinta a 46 anni e in quell’isola, cercando di sopravvivere e di resistere proprio quando rischia di diventare il corpo estraneo della comunità.

È vero, non è un racconto femminista. La ragione è semplice: lo scopo di Kijoko non è la rivalsa ma la sopravvivenza, deve essere abile e sopperire al suo essere sola, compiacere e mostrarsi forte, come in realtà è, solo in alcuni casi. È l’ unica estranea in una società totalmente maschile.

Forse non il miglior romanzo della Kirino, sicuramente diverso dagli altri. Meno dark, altrettanto violento, teso da morire fin dalle prime pagine. Una narrativa la sua, che a me piace molto e mi cattura. Anche come scioglie le 300 e passa pagine, le trovate stilistiche, i colpi di scena e la caratterizzazione dei personaggi sono piuttosto riusciti. E’ vero la mia infatuazione per questa scrittrice è forte e non la nascondo ma la sensazione che mi ha regalato in queste notti era proprio quella che spesso cerco e che cercavo: evasione. Ero talmente preso dal suo romanzo che avrei voluto saltare tutte le pagine e andare direttamente alla fine per poi tornare indietro. Sarà l’età oppure che leggo di notte ma forse ho davvero qualche problema a reggere la tensione. Di sicuro ero curioso di arrivare alla fine per la curiosità e l’imprevedibilità con cui conclude sempre i suoi romanzi. Il problema è che ora, aspettando che arrivi il nuovo romanzo di Peace (ma perché l’ho prenotato?) riuscirò a breve a leggere qualcosa di nuovo?

Posted in narrativa, noir - gialli.

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