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Beirut, I Love You

Comincio a scrivere questa recensione esaltato da una notizia avuta in questo preciso istante: Beirut, I Love You di Zena el Khalil, letto in 24h tra sabato e domenica, verrà presentato a settembre in uno dei miei covi preferiti: Tuba.
La mia esaltazione deriva dal fatto che questo libro mi è piaciuto moltissimo. Un romanzo, a metà tra la storia dell’autrice e la storia di Beirut, un atto d’amore per una città martoriata dalle guerre, distrutta e ricostruita più volte.

Non posso fare a meno di pensare che tra molti anni qualcuno potrebbe leggere questo libro e non essere neppure in grado di trovarla sulle carte. Sarà la città perduta di Atlantide. Si è ricostruita sette volte, ma fino a quando può andare avanti questa farsa? Un giorna dovrà finire. E quando accadrà sarà bellissimo.

In attesa che tutto questo accada, Zena ci racconta la sua città, i suoi amori, le guerre, l’11 settembre vissuto a New York, il suo ritorno a casa, la paura di vivere sotto i bombardamenti, la voglia di reagire ma soprattutto la voglia di vivere.

A Beirut sembra difficile distinguere la sottile linea che separa il sogno dalla realtà.

Eppure dalla sua penna, non esce fuori solo un racconto sognante, ma anche un romanzo politico tanto quanto quello di un amore disperato, lacerato, confuso, ma sempre vivo per la sua città e le persone che la vivono. Scritto molto bene, come piace a me, con pensieri secchi e brevi, immagini oniriche, tensioni, umori e odori talmente vivi da sentirli addosso. E Zena soprattutto non racconta solo la sua vita, ma quella della sua migliore amica Maya, delle persone più care, della sua famiglia, dei vicini di casa come degli abitanti di Beirut, schiacciati da distruzione e ricostruzione, un ciclo continuo, devastante e terribile.

Siamo stati in piedi notti intere a fare progetti su come ricostruire le nostre vite, e per raggiungere una convivenza fondata su fiducia, tolleranza e amore. Nonostante le tensioni provocate dai nostri vicini, gli israeliani, che minacciavano costantemente di destabilizzarci. Nonostante le tensioni legate al vivere sotto una nuova occupazione – questa volta siriana. Siamo stati in piedi notti intere: sacrificando la nostra salute, i nostri sogni personali, per costruire una memoria collettiva. Per ricostruire il Libano. E ci veniva così facile. Perché, dopo anni di oppressione e conflitti, si impara che l’unica cosa da fare è reagire e andare avanti.

E Zena è una donna che danza, fa l’amore, si ubriaca, si deprime, eccede in tutto ciò che è possibile, perché lei vive e non si rassegna semplicemente a sopravvivere. E’ ora un’artista che vive tra Beirut e Torino, si sposta il tempo di partecipare a mostre, installazioni, eventi, ma poi torna sempre nella sua città, nella sua terra, sangue del suo sangue, un tutt’uno con la polvere delle strade.

Giuravamo di realizzare una rivoluzione culturale calata nella realtà della vita di ogni giorno. Ma paradossalmente, più facevamo giuramenti, più ne infrangevamo. Più parlavamo, più bevevamo. E più pensavamo… più facevamo sesso. Non si concludeva né si sarebbe concluso nulla. Corpi che divoravano altri corpi. Eravamo stanchi.
L’intervento straniero rendeva difficile portare a termine qualunque cosa, e certi cambiamenti erano impossibili a causa di sistemi feudali vecchi di secoli.

E continuo a pensare che questo sia proprio un bel libro, forse un po’ debole nell’ultima parte, ma sicuramente d’impatto. Scritto bene, tradotto altrettanto bene, incrina gli stereotipi riguardanti i paese mediorientali. Perché e soprattutto Zena è una donna, orgogliosa di esserlo. E si confronta con una cultura che spesso ci fa spavento, ma non è meno spaventosa della nostra. Ora non rimane che aspettare settembre e la presentazione. Trovarmi di fronte l’autrice e farmi nuovamente portare in viaggio, a Beirut, la sua amata città.

Posted in narrativa.

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  1. Beirut, I Love You | opinionista linked to this post on Agosto 20, 2010

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