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Fun Home / Non mi Uccise la Morte

Credo che una vita passata a nascondere la propria verità erotica alla lunga possa farci rinunciare a noi stessi. La vergogna sessuale è di per sè una sorta di morte.

Fun Home è un bel romanzo a fumetti di Alison Bechdel, scrittrice lesbica e di culto del fumetto underground americano.  Avevo già sfogliato più volte il suo Dykes ed era da un po’ di tempo che avevo puntato questo suo romanzo autobiografico, in cui l’autrice ricostruisce la sua infanzia e la sua adolescenza, fino alla morte del padre e al dubbio che non possa essere stato un incidente ma bensì un suicidio. Il rapporto padre/figlia e la scoperta della propria sessualità sono le colonne portanti del racconto della Fun Home, la casa del funerale come la chiama la Bechdel visto che il padre è il titolare di una impresa di pompe funebri, una famiglia atipica, colta, creativa ma sostanzialmente autistica, dove sono l’incomunicabilità e le menzogne a tessere i rapporti.

Ma è proprio quando il rapporto tra la Bechdel e il padre comincia a consolidarsi, quando le menzogne vengono diradate dal coming-out di entrambi, quando il legame si salda, il padre muore.

Proust chiama i suoi personaggi dichiaratamente omosessuali “invertiti”. Ho sempre amato questo antiquato termine clinico. E’ impreciso e insufficiente definire l’omosessuale come qualcuno a cui l’identità sessuale è in contrasto con il suo sesso. Mentre io cercavo di compensare la sua mancanza di virilità, lui cercava di esprimere la sua femminilità attraverso me.

La Bechdel ci racconta la scoperta della propria sessualità e l’identità omosessuale del padre, capace di tenerla nascosta per tutta la propria vita, con la complicità della moglie, liquidando la sua incapacità con “Io non sono un eroe”. Ed è proprio il padre stesso ad incoraggiarla verso un coming-out che in questa famiglia atipica americana non sconvolge proprio nessuno, anzi, l’autrice stessa scopre nel proprio padre un sostenitore e finalmente un amico. Ed è proprio il rapporto padre-figlia l’aspetto che ho amato di più in questo libro, tralasciando indentità sessuali o le colte citazioni letterarie, che fanno da trama a tutte le vicende, regalando spessore all’opera della Bechdel. L’interruzione del rapporto padre/figlia, il mancato completamento, l’assenza di un legame che crea un vuoto e una mancanza difficilmente colmabile o sostituibile. Mi ha colpito talmente tanto da sognarmelo immediatamente la notte stessa in cui l’ho terminato, quando la mia mente ha prodotto un sogno triste e infinito, aprendo scquarci in un passato che avevo pensato di aver metabolizzato.

Non mi Uccise la Morte, letto al volo stanotte, è un instant-book a fumetti sulla ben nota tragica storia di Stefano Cucchi, disegnata da Luca Moretti e Toni Bruno, con la post-fazione del bravo Cristiano Armati. Vicenda tragica e fresca, avvenuta in un quadrante di città dove vivo, che ho seguito e che seguo con passione e interesse, misto a sdegno e rabbia. Non amo gli instant-book e se non me l’avessero regalato non credo che l’avrei comprato. E’ un difetto mio quello di non riuscire a immaginare o a proiettare storie così vive, nelle pagine di un libro. Gli autori però sono stati bravi a dare un senso e una forma all’ennesima vittima del carcere o delle questure, in quello che è un silenzioso stillicidio. Non mi aspetto giustizia, dagli stessi “responsabili” di queste morti. Uno stato non processa mai se stesso, non può. E le verità che sistematicamente emergono non sono mai sufficienti a regalare “verità o giustizia”, chiedete alla moglie di Giuseppe Pinelli, tanto per cominciare, o ai genitori di Federico Aldrovandi. Cristiano Armati nella sua post-fazione fa un po’ un sunto di queste morti “misteriose” nelle carceri italiane, ed è forse la parte che tutte e tutti noi dovremmo leggere con maggiore interesse.

De Andrè lo ha cantato in una splendida canzone del 1971: Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino, non avevano leggi per
punire un blasfemo, non mi uccise la morte, ma due guardie
bigotte..
. Ciao Stefano.

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