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Con Cuore di Donna

Forse avrei dovuto leggere in un altro momento Con Cuore di Donna di Carla Capponi, donna e partigiana, protagonista insieme ai GAP di pagine resistenti della nostra storia. Ci sono momenti e momenti per leggere. Bisogna avere testa, concentrazione, voglia e quel sano desiderio di volersi tuffare in una storia, vissuta o di fantasia, con tutto se stesso. Nelle ultime settimane ho letto poco, distratto da altro, ma soprattutto perché non ho stimoli particolari, e questo ha influito nella disordinata lettura di questa autobiografia. Eppure nonostante questa penosa premessa, dopo un inizio faticoso, lento e piuttosto ingarbugliato, la storia della Capponi prende il via, pagina dopo pagina, attraverso una Roma, quella del ventennio, fatta di buio, carri armati, riunioni e azioni clandestine, ma soprattutto di una vitalità e una ribellione sotterranea che vedrà proprio nei gruppi partigiani l’espressione più viva e determinata. E’ la Roma di Kappler, del Quadraro “Nido di Vespe”, dei GAP, dei fascisti, dei monti intorno alla città dove rifugiarsi, della Liberazione fino al definitivo abbraccio con la madre.

E’ un libro di memoria personale, di memoria storica, di intensa passione e delicatezza. Fa sorridere pensando a questa donna, alla sua determinazione, alla sua spontanea simpatia che provoca scorrendo le pagine della sua vita. Si fa fatica a immaginare cosa possa significare girare per le strade di Roma, in quel periodo, con una bomba, una pistola o del materiale politico nascosto addosso. Si fa fatica a immaginare cosa significhi vedere la propria città occupata e brutalizzata dal connubio nazifascista. E’ impensabile pensare come un manipolo di uomini e donne, autorganizzati per lo più, sparsi in diversi quartieri di Roma, mettere sotto scacco un esercito straniero che godeva dell’appoggio del regime mussoliniano. Si fa fatica ma è bello pensare che c’è chi ha resistito, con determinazione, rabbia, passione e amore, per sé stessi come per gli altri, per la propria generazione come per quelle successive.

Eviterò paralleli o attualizzazioni. Eviterò commenti sulla memoria storica di questo paese violentata sistematicamente, eviterò soprattutto di parlare di Via Rasella e delle Fosse Ardeatine, vigliacca strage commessa dai nazisti sempre con l’appoggio dei fascisti italiani. E’ tutto lì, talmente chiaro e forte che dovrebbe essere nel dna di tutte e tutti noi, senza dover passare per nessun tribunale; perché se la storia per essere legittimata deve passare per un giudice, non ha più senso, non è più storia ma opinione.

Grazie Carla.

Finalmente ci ritrovammo tutti insieme, i sopravvissuti di quella
lunga notte che era stata l’occupazione tedesca di Roma. Arrivò Paolo e
la scena degli abbracci ricominciò. Tutti volevano sapere l’uno
dell’altro e quale fortunata coincidenza li avesse salvati dalla morte,
ma nessuno aveva voglia di parlare di ciò che era già superato dagli
eventi. Tutti facevano progetti e pensavamo a come costruire il futuro,
il giornale, il partito. C’era già aria di rinnovato entusiasmo,
volontà di fare presto, di cancellare le tracce della devastazione, di
recuperare la vita che a molti di noi era stata negata. […]
D’improvviso qualcuno mi chiamò «compagna» ad alta voce e lo ripetè
per due volte, gridando per farsi udire nel chiasso che facevamo tutti
insieme. Era la prima volta che qualcuno mi diceva «compagna» ad alta
voce e allora mi resi conto che finalmente potevamo persino gridare,
parlare, dire i nostri veri nomi, e quella parola, «compagna», mi dava
la misura e il senso della libertà conquistata. Una grande gioia mi
invase e sentii che erano finiti la paura, la necessità di parlare
sotto voce, le severe regole della clandestinità che ci costringevano
ad evitare di riconoscerci quando ci incontravamo per strada, a
ignorare persino i nostri nomi, e a dimenticare gli indirizzi per
tacerli in caso di cattura. L’incubo era finito, era come risvegliarsi
dopo un sogno angoscioso e terribile, dopo una lunga malattia, per
ritrovarsi in una realtà rassicurante, con gli amici.”

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