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Vite Bruciate

Ultima fatica letteraria di questa autrice francese, ancora poco conosciuta in Italia, edito anche questa volta per Marco Tropea.
Ex sindacalista che da quando ha lasciato l’impegno sindacale non ha trovato altre strade per portare avanti la sua militanza se non la ricerca storica (lavoro che già svolgeva prima di dedicarsi a tempo pieno al sindacato) e la scrittura.
Una scrittrice chiara, netta nelle sue posizioni, che utilizza la sua opera come vero e propro roman moral, riuscendo a coniugare uno stile quasi giornalistico denso con una critica alla società attuale.
“Vite bruciate” sembra cadere a pennello: l’ho letto quando in Francia gli operai “sequestravano” i manager delle grandi industrie che, dopo aver spremuto la manodopera locale, pensavano di chiudere, delocalizzare, scappare, sempre tenendo per se i profitti e facendo pagare la crisi ai lavoratori.
Siamo a Pondage, località inventata della Lorena (terra di confine con Belgio e Germania), dove a seguito di una serie di incidenti sul lavoro presso una multinazionale che vuole spostare la produzione da altre parti gli operai si ribellano, occupando la fabbrica.
Dalle morti bianche [all'inizio del libro una giovane operaia muore fulminata sulla catena di montaggio] all’incendio dei capannoni dell’azienda, dove vengono “persi” anche dei computer pieni di dati, il romanzo si intreccia in una serie di eventi su vari piani: dalla rabbia piena di dignità degli operai alle speculazioni che – sulla pelle dei lavoratori – oscuri gruppi di interesse politico-economico esercitano sulla vicenda di questa piccola filiale francese della Daewoo, in un clima economico di Europa globalizzata, dove a passare sono i soldi e non le persone.
Da un lato i grossi condomini popolari, gli operai migranti di seconda generazione, le loro storie fatte di qualche canna, senso di responsabilità e tanto orgoglio di classe.
Dall’altro lato papaveri in doppio petto pronti a tutto, a ricatti, ad operazioni finanziarie sporche, traffico d’armi, corruzione.
Il capo della rivolta operaia è additato come il capro espiatorio dell’incendio nell’azienda, e starà a Montoya, ex poliziotto stanco, ristabilire una verità che viene tenuta sott’acqua dalle trame nascoste dei poteri forti.
I personaggi di Manotti non sono indimenticabili (a parte Rolande, splendido personaggio femminile e l’ex poliziotto Montoya) perchè l’autrice vuole centrare l’attenzione sulla trama, sull’intreccio, essendo quasi un reportage noir, un libro di denuncia e nel contempo un quadro molto vivo e veritiero di uno spaccato di Vecchia Europa operaia che viene sempre meno.
Schierato, aperto, militante, un noir atipico scritto con tratti giornalistici.

A Rolande gira la testa, l’impressione di cadere in picchiata in un pozzo senza fondo.
“Non ci si crede a queste cose, non ci si crede prima che ci succedano. La vita delle donne del popolo vale meno di niente. Ci possono stuprare, maciullare o impiccare, tutti se ne fottono.”

un’altra intervista all’autrice

Posted in noir - gialli.

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